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    Pan · 11 settembre 2026 · Carl de Moncharline (testo) · Oli (foto)

    Paura sulla città: i danni del progressismo comunitario

    Pan n. 4261, 11 settembre 2026, pagina 4: rubrica di Carl de Moncharline, illustrazione di Oli.

    Articolo, Pan, 11 settembre 2026 : « Paura sulla città: i danni del progressismo comunitario ».

    Testo dell'articolo · traduzione

    Il progressismo politico ha permesso l'espansione delle mafie e l'amplificazione del rifiuto delle differenze? Alla luce delle tenebre i cui fulmini si abbattono sulla città con la stessa violenza di una pioggia di proiettili su Saint-Gilles… Siamo passati dalle raffiche di vento alle raffiche di kalashnikov: il cambiamento climatico c'è, eccome. La presa di coscienza, invece… si fa ancora attendere! Per anni abbiamo sentito dire: «Non riusciremo a migliorare la vita dei consumatori di droga con una politica repressiva» oppure «La repressione è inefficace se non è accompagnata da una politica di prevenzione». Così affermava una deputata ecologista francese sulla rivista gay Têtu lo scorso 5 febbraio, difendendo una proposta di legge che dà priorità alla prevenzione. Solo che da noi questo approccio è al centro delle politiche da anni, in un lodevole spirito di riduzione del rischio per gli utenti. Purtroppo, l'assenza di un fermo equilibrio con una repressione efficace ha creato un vuoto, permettendo paradossalmente l'amplificazione del narcotraffico. La constatazione è terribile: un fallimento sul piano della sicurezza, con in più conseguenze deleterie per le minoranze sessuali e, per estensione, per altre comunità. Fare politica significa anche imparare dai propri fallimenti e correggerli prima che sia troppo tardi. Questo disordine in materia di sicurezza non si limita alla strada; si riflette nel malessere crescente all'interno delle comunità stesse, che si sentono abbandonate da queste politiche. Nella bolla progressista si sventolano valori come una bandiera, anche senza appartenere alla comunità direttamente interessata. Ne è prova l'aggressione omofoba subita da quel poliziotto, presidente dell'associazione LGBT Flag, nel Marais a Parigi lo scorso 30 agosto. Unia e l'IEFH avevano però già lanciato l'allarme, in un rapporto pubblicato l'anno scorso, sull'aumento delle aggressioni e del rifiuto, nonostante la reputazione progressista del nostro paese. È qui che casca l'asino: siamo di fronte a un doppio fallimento. Oggi sempre più persone della comunità gay lanciano l'allarme. Ho intervistato per quasi un'ora un membro di quella comunità. Non siamo più soltanto di fronte a un rifiuto sociale dei gay da parte di una fetta della popolazione, ma anche a un rifiuto all'interno della comunità stessa! Le Soir ha del resto affrontato la questione il 21 agosto scorso in un articolo intitolato «Quando certi “LGB” vogliono fare a meno delle persone trans», intervistando un giovane gay di 24 anni: «Le giuro che mi dispiace pensarlo. Ma a volte mi dico che stavamo comunque più tranquilli prima che la questione trans prendesse tutto lo spazio». «Ho già avuto discussioni molto accese con amici sull'argomento. È diventato difficilissimo parlarne con calma». Il mio interlocutore, da parte sua, esprime un disagio di fronte a quella che percepisce come una proliferazione di “identità di genere” (che quantifica, secondo la sua percezione, in… 76!). Ritiene che questa frammentazione crei una profonda incomprensione, sia nel grande pubblico sia all'interno della comunità stessa. Chiede di «smettere di mettere le persone in caselle» e di tornare a concentrarsi sull'essere umano e sul consenso. Sottoculture come i «furries» o i «therians» vengono citate come esempi di manifestazioni pubbliche che possono suscitare perplessità. Le distingue dalle drag queen, che considera una forma d'arte burlesca, e teme che questi fenomeni, amplificati dai social, danneggino l'immagine della comunità e le battaglie per l'uguaglianza. Teme che l'«eccesso» di certe rivendicazioni sabotti gli obiettivi di accettazione e generi contro-reazioni, mandando in frantumi le conquiste. Descrive poi le serate organizzate tramite applicazioni, dove gli invitati si ritrovano in gruppo senza esserne stati informati, con un'offerta «facile» di droghe. «Prima del Covid ci si incontrava per bere qualcosa e più se c'era feeling… ora l'assunzione di droga è diventata la norma». Evoca anche quei «maratone» di tre giorni, alternando serate, saune e bar, incoraggiate dalla città per attirare i turisti, ma che finiscono per nuocere alla comunità. Segnala infine la deriva delle app di incontri che si sono (progressivamente, se posso dire) allontanate dal loro obiettivo, a favore di incontri «chemsex» sotto 3-MMC. Queste derive non sono soltanto una sensazione. Uno studio francese pubblicato nell'agosto 2026 sugli Annales Médico-Psychologiques (Grégoire e altri) lancia l'allarme sulle aggressioni facilitate dalle sostanze nel chemsex. Gli autori sottolineano che la vulnerabilità chimica e il consenso sotto effetto di sostanze creano un contesto ad alto rischio, ancora troppo poco indagato. A Bruxelles, un reportage della BBC del 28 agosto, che intervistava un responsabile della polizia, riportava più di 100 sparatorie legate al traffico nel 2025 e già più di 65 nel 2026, con oltre 200 punti di spaccio censiti nella capitale. Che dire, per concludere, delle piattaforme di streaming progressiste che, dietro la loro immagine benevola, sono diventate il contrario della causa che pretendono di difendere? Una parte dell'opinione pubblica, talvolta manipolata da correnti “conservatrici”, rivolta le loro scelte editoriali come un'arma contro le comunità che sostengono. Non si può fare gli struzzi in una società ultraconnessa dove i dibattiti d'oltreoceano si traducono in omofobia in altri continenti; la questione ci supera, mettendo per strada in pericolo la lotta essenziale contro l'HIV. Alla fine, il rimprovero maggiore che si può muovere al progressismo politico è di aver generato, con i suoi angoli ciechi, il suo esatto opposto: il “mascolinismo” e il rifiuto delle differenze, amplificando e banalizzando al contempo l'uso di sostanze dannose per la salute pubblica e lasciando proliferare le mafie. Senza mai, in fondo, osare dire: «Ci siamo sbagliati»…
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